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La Seconda Guerra Mondiale

Gli episodi narrati, oltre ad essere attestati in atti ufficiali del Comune di Vicovaro, sono il risultato delle numerose testimonianze di persone che ne furono protagoniste.
Nel clima delle celebrazioni, che da qualche anno a questa parte riviviamo nel nostro paese, ricordiamo le vittime della ferocia nazifascista, consacrando alla memoria il dovuto e sentito riconoscimento per le atroci sofferenze e stragi inflitte alla nostra popolazione.
Il sacrificio delle 30 vittime, nostri compaesani, dell’oppressione nazifascista, appartiene al patrimonio dei valori della nostra terra, della nostra patria che, grazie al sacrificio del sangue versato dei suoi figli, è stato possibile riconquistare.
E’ nostra intenzione mantenere vivo nella memoria delle giovani generazioni il ricordo delle vittime così barbaramente trucidate, riconoscendo come a tantissimi altri, il merito di aver contribuito alla conquista della libertà, che fece dell’Italia dopo venti anni di dittatura fascista, un paese democratico, amante della giustizia e della pace. Ricordiamo così l’eccidio delle 30 vittime di Vicovaro trasmettendo la conoscenza della tragedia anche al di fuori del nostro territorio: ai paesi vicini, a tutti gli Italiani e al mondo intero, affinché il pericolo di nuove guerre, di nuovi lutti e di nuove rovine, non appartengano più al mondo civile.


La retata degli Antifascisti Vicovaresi

Il 7 novembre 1943, a Vicovaro, furono catturati una decina di antifascisti accusati di aver distribuito della stampa clandestina e di aver duramente criticato la Repubblica Sociale Italiana. Atrocemente torturati e seviziati, prima dentro il Palazzo Cenci-Bolognetti, furono poi trasferiti a Roma nel carcere di Regina Coeli, dove rimasero per diverso tempo in attesa di giudizio.
Tra questi c’era Riccardo Di Giuseppe il cui caso merita un’attenzione particolare. Di idee libere, aperte, non sopportava soprusi di sorta e restrizioni della sua libertà, desiderava fin da bambino di essere un garibaldino. Dopo l’avvento del fascismo, ed in seguito ad intrighi e beghe locali, perdette il posto di lavoro.
Per riottenerlo lo obbligarono a far atto di sottomissione al regime fascista, ma egli si rifiutò. Per questo fu considerato un “sovversivo” e perseguitato a tal punto da essere costretto a fuggire in Francia, dove si unì alla folta schiera di antifascisti che avevano già oltrepassato la frontiera.
Alla caduta del fascismo tornò a Vicovaro, dove trascorse serenamente i rimanenti giorni prima dell’8 settembre. Subito dopo, però, ricominciò il suo lungo calvario, che lo costrinse a vivere nascosto fino al giorno della cattura: la sua sorte era oramai segnata.
Dopo il trasferimento al Carcere di Regina Coeli, fu portato ripetute volte nelle sale di tortura di Via Tasso, dove venne ridotto ad una larva d’uomo.
Volevano che parlasse. Che rivelasse i nomi dei suoi complici che complottavano contro il regime di Salò e del Nazismo.
Ma egli non aveva nulla da rivelare perché non aveva complici. Fu processato dalla Corte Militare tedesca e accusato di cospirazione contro il nazifascismo e attività partigiana. Condannato a morte per fucilazione, morì a Forte Bravetta il 22 novembre del 1943.

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L'eccidio di Villa Spada

Il 5 giugno del 1944, un piccolo presidio di truppe naziste in ritirata, si era sistemato a Vicovaro in un cascinale nei pressi di Villa Spada in contrada S. Vito. I soldati, spossati dalla lunga e forzata marcia, avevano bisogno di riposare e rifocillarsi.
Verso sera, una pattuglia intenta a razziare del cibo per la cena, avvistò dei cavalli e degli asini: avevano ricevuto dal comandante, ordini di catturare tutto ciò potesse essere utile al trasporto di armi e bagagli per proseguire il cammino, quando, nascosti dietro delle siepi, alcuni pastori esplosero in aria dei colpi di pistola.
La pattuglia, colta di sorpresa e credendo di essere attaccata da una formazione di partigiani, scappando, corse a riferire al comandante dell’accaduto. Subito dopo fu ordinato un rastrellamento in zona che portò alla cattura di tre ignari contadini intenti a lavorare la terra: Brigido Perozzi di anni 72, Dante Proietti Giuseppe di anni 38, Amerigo Pecchi di anni 16.
Furono condotti forzatamente nel casolare di Villa Spada, sotto la minaccia delle armi e immediatamente condannati a morte. Spinti ai margini della tenuta, li indussero a scavarsi la fossa e lì abbatterono con ripetute scariche di mitra. Per qualche giorno, dell’efferato atto non rimase traccia in quanto, i tedeschi, ricoprirono con poca terra i corpi delle tre innocenti vittime.

 


La strage delle Pratarelle

A soli due giorni di distanza dall’eccidio di Villa Spada, e a pochissime ore dalla liberazione delle truppe alleate comandate dal sottotenente francese Louis Domissy, fu inferto alla già straziata popolazione di Vicovaro il dolore di piangere altre 26 vittime.
La sera del 7 giugno 1944 la gente aspettava con ansia e trepidazione che da un momento all’altro, in lontananza, spuntassero gli elmetti delle forze alleate di liberazione.
I tedeschi, dopo aver commesso l’orrendo eccidio di Villa Spada erano scappati tranne un’ultima guarnigione di guastatori, in attesa di ricevere l’ordine di far saltare i ponti sulle strade e sulla ferrovia, allo scopo di impedire il passaggio degli automezzi alleati.
Intanto le ultime pattuglie in ritirata, provenienti dal vicino paese di Castel Madama, attraversavano frettolosamente il nostro territorio per ripiegare verso la Sabina.
Verso le 19.00 dello stesso giorno, si legge testualmente nella prima deliberazione del libero Comune di Vicovaro redatta dal Prefetto:
in località Pratarelle, la più bella e lussureggiante e verdeggiante zona del territorio, una decina di vandali ed unni armati di pistole e fucili mitragliatori provenienti dal territorio di Castel Madama, commisero il più terribile eccidio e strage che la storia locale della nostra Provincia, negli anni di guerra ricordi. Una grande
parte della popolazione si era rifugiata nelle Pratarelle per non incorrere nella rabbia dei predoni tedeschi, ma questi senza ragione alcuna, senza distinzione di età e di sesso, trucidarono ventisei civili, dei quali per onorare la memoria, si riportano i nomi:

Carboni Giuseppe di anni 83, Ceccarelli Celeste di anni 54, Ciucci Giuseppina di anni 39, Crielesi Elsa di anni 22, Cubello Luigi di anni 20, De Simone Emma di anni 46, Duvalli Armando di anni 44, Duvalli Nando di anni 16, Duvalli Rita di anni 18, Febi Romana di anni 16, Giardini Elettra di anni 4, Giardini Giacomo di anni 46, Maiorani Armando di anni 10, Maiorani Francesco di anni 57, Maiorani Giuseppe di anni 87, Orfei Fernando di anni 16, Orfei Secondo di anni 23, Ossiti Oreste di anni 14, Roberti Erminia di anni 44, Rotondi Antonia di anni 51, Rotondi Giovanni di anni 3, Ventura Maria di anni 55, Ziantoni Angela di anni 8, Ziantoni Celeste di anni 17, Ziantoni Mario di anni 3, inoltre, un nascituro ucciso nel grembo materno, figlio di Ciucci Giuseppina.

Fra i sopravvissuti alla strage, Gino Ventura scampato alla morte dopo essere stato raggiunto da 14 proiettili, che gli causarono la frattura del femore sinistro in sette parti con conseguente invalidità. Inoltre, colpito a bruciapelo da un colpo di pistola sparato alla tempia, fortunatamente soltanto di striscio.
Altre due persone scampate alla strage furono Angelo Rotondi, che subì l’amputazione della mano per le ferite riportate, e il piccolo Arturo Ziantoni di 4 anni che si salvò perché sommerso dal “mucchio” di cadaveri tra cui quello di sua madre.


Testo e immagini tratte dall'opuscolo "Vicovaro, la Storia, i Personaggi, i Luoghi".
A cura dell’Assessore alla Cultura del Comune di Vicovaro prof. Virginio Coccia, veduto e ricorretto dal prof. Alberto Crielesi. 

 

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